Gli ultimi cinque ciuaroi (chiodaioli) della Valle di Ledro

La storia ledrense passa attraverso un’arte antica ...

Forse non tutto è perso. Forse qualcuno vorrà mantenere la tradizione dei “ciuaröi” di Pré che per più di un secolo nelle “fusine” realizzarono le “broche”, i particolari chiodi per scarponi da soldato la cui produzione segnò per decenni l’economia della valle di Ledro.

Di “chiodaioli” oggi ne sono rimasti pochi, solo cinque: Marino Berti, Aurelio Pellegrini, Pietro Colò, Costantino Micheletti e Nicola Battaini, ottantenni che hanno mantenuto vivo negli anni il mestiere imparato in gioventù, ultimi testimoni di un’epoca d’oro. Rari gli allievi finora (tra cui  Luigi Colò, classe 1950 con radici a Prè ma residente a Riva) a voler imparare l’arte antica, spinti da passione e desiderio di divenire testimoni della fatica di generazioni di ledrensi.

Nell’Ottocento erano presenti alcune fonderie sul torrente Ponale ma il minerale si doveva trasportare sulle spalle lungo la mulattiera che dal porticciolo sul Garda portava, con un dislivello di 300 metri, fino all’imbocco della Valle. Poi nelle officine di qui avveniva il “miracolo”: il ferro veniva fuso e i “ciuaröi” trasformavano le formelle in “broche”. Con l’arrivo di don Lucillo Sartori, nativo di Pieve, si diede vita nel 1894 alla Società cooperativa Broccami che rese indipendenti i chiodaioli. Le fusine situate a Molina, Legòs, Prè e Biacesa erano numerose.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale la popolazione dovette abbandonare i paesi e trasferirsi in Boemia. Tutti i “ciuaröi” della valle di Ledro vennero concentrati a St. Pölten ed evitarono così il fronte.

Fu lì che alcuni ragazzi, nati ai primi del Novecento, impararono il mestiere e diffusero l’artigianato delle “broche”.  Con il ritorno in Valle, riprese l’attività delle fucine e della cooperativa Broccami. Quindi lo scoppio del secondo conflitto e l’esercito italiano ebbe bisogno di “broche”: ancorauna volta i chiodaioli ledrensi ottennero esoneri. Dopo l’8 settembre del ‘43 furono i tedeschi a chiedere “broche” in quantità. La “broca a zappa” era la più comune e veniva sistemata all’esterno della suola; poi c’erano le “broche a T”, quelle “ad angolo”, “quattro colpi”, “a sella” e le speciali “diamantine”; una volta sistemate, le “broche” aumentavano il peso di ogni scarpa di circa otto etti. Dal 1948 - quando per mancanza di commesse la Broccami chiuse i battenti - cominciò il declino dei “ciuaröi” e con il boom economico degli anni ‘50, l’attività andò a morire.

Ma quella dei chiodaioli della valle di Ledro è rimasta un’epopea mai dimenticata che rivive non solo su libri e documenti ma grazie anche alla passione di coloro che impararono l’arte e ancora oggi mettono a disposizione la conoscenza acquisita nel tempo. In certi giorni dell’anno, per dimostrazioni a scolaresche o a turisti, essi tornano ad alimentare i fuochi per consegnare i chiodi speciali alle genti della “civiltà della tecnologia” e  per tramandare alle nuove generazioni la tradizione di un mestiere antico, frutto della fatica e delle tribolazioni che segnarono le vite dei ledrensi.

di Paola Malcotti

Articolo e foto tratti dal giornale "L'Adige" del 25/01/2011