CROCI DI VETTA

 di Annibale Salsa

Da alcuni anni, nei mondi dell’associazionismo alpinistico ed ambientalistico, si va trascinando una polemica riguardante le croci di vetta delle montagne. Da tempi immemorabili, le cime delle montagne sono state rappresentate in forma di “epifanie del sacro”, sedi di divinità o di presenze demoniache.  Ma, proprio per questa loro valenza sacrale, le vette erano spazi interdetti all’uomo, luoghi da evitare in quanto protetti da divieti e da tabù culturali. La cristianizzazione delle valli alpine, più lenta rispetto all’evangelizzazione delle città, ha lasciato tracce di pensiero magico nelle comunità di montagna. Fra queste, l’interdizione nell’accesso alle vette. La penetrazione dei simboli cristiani interesserà gradualmente le società rurali delle Alpi formate da contadini e da pastori, ma riguarderà gli spazi della vita sociale: sentieri, mulattiere, strade, prati, campi, boschi, pascoli oltre, ovviamente, ai villaggi. Piloni votivi, capitelli, edicole, immagini, croci incominceranno a disegnare i paesaggi della montagna abitata e vissuta. Le cime non erano incluse, infatti, dentro il perimetro dello spazio umano. L’indifferenza e la diffidenza per le fasce sommitali era pressoché totale nelle popolazioni alpine. Pertanto, le croci disseminate nella media montagna coltivata fanno parte integrante del paesaggio culturale fino ai nostri giorni. Viceversa, le croci sulle vette sono il portato della frequentazione cittadina della montagna iniziata con l’affermarsi del turismo. Al seguito di tale fenomeno anche le comunità valligiane, su iniziativa dei parroci e delle associazioni religiose popolari (confraternite), avvieranno la pratica di santificazione delle vette mediante il segno materiale per eccellenza della fede, la croce di vetta. In concomitanza dell’Anno Santo del 1900, la Chiesa incoraggerà la loro capillare diffusione allo scopo di testimoniare la dedicazione del nuovo secolo alla devozione cristiana e per contrastare visivamente il veloce processo di secolarizzazione in atto nella società europea. Anche nell’Anno Santo 1950 vi è stata una forte proliferazione di croci di vetta, che è continuata negli anni fino ad oggi. Il tema è assai delicato in quanto rischia di alimentare una contrapposizione fra laicismo e cristianesimo se viene affrontato in maniera non culturalmente matura. Il rischio è quello di generare nuove crociate. Spesso si fa riferimento alla tradizione per giustificare il mantenimento e la proliferazione delle croci, come se la tradizione fosse un dato ontologicamente fondato nella realtà oggettiva delle cose. La tradizione ha sempre un inizio ed è comunque un’invenzione, anche se contrassegnata da durate temporali diverse. Si tratta, infatti, di una “innovazione riuscita” che si è imposta selettivamente su altre innovazioni non riuscite. Non per questo essa può essere destituita di legittimità. Il problema posto recentemente dall’Associazione Mountain Wilderness solleva, invece, una questione già da tempo proposta, in chiave paesaggistico-ambientale, da molti frequentatori della montagna. La provocazione non può, né deve, essere letta in chiave manichea o di contrapposizione fra buoni e cattivi, fra laicisti e spiritualisti.  Essa richiama, invece, principi di sobrietà nella diffusione, realizzazione ed installazione di segni devozionali spesso decisamente fuori scala. Questi ultimi, infatti, più che suscitare sentimenti di intima religiosità, fanno pensare a tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso. La stessa Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento si è espressa in questi termini. Si può fare, allora, la seguente riflessione filosofica: se, in riferimento al tempo, il senso dell’eternità può essere racchiuso nell’istante, lo stesso vale per lo spazio. L’immensità del cosmo acquista valore nella semplicità e nella piccolezza delle dimensioni. Non vi è proporzione diretta fra segno e significato, in quanto il segno è sempre limitato nei confronti dell’infinito significato che lo trascende.

Annibale Salsa