Libertà e sicurezza

L’ultimo congresso della SAT, tenutosi in questi giorni a Malè in Val di Sole, ha affrontato un tema scottante per il mondo dei frequentatori della montagna (alpinisti ed escursionisti): la libertà di accesso a siti montani ritenuti pericolosi per l’incolumità propria ed altrui.
L’attualità e l’emergenza del problema è stata posta già due anni fa in un Forum tenutosi nelle località alpine francesi di Grenoble e di Chamonix nel quale ho avuto modo di puntualizzare tali concetti e di confrontarmicon gli alpinisti d’oltralpe.
La questione della libertà di accesso alla frequentazione delle montagne offre tuttavia il pretesto per affrontare un tema di grande rilevanza anche in chiave sociologica, etica, politica e giuridica nell’ambito della nostra società. Uno dei tratti più rilevanti della società contemporanea è rappresentato, infatti, dalla ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di quella che molti scienziati sociali hanno definito “società securitaria” o “società del rischio”. Il concetto di rischio calcolato nasce nell’ambito delle società di assicurazione nel secolo scorso allorquando, soprattutto le compagnie di navigazione (i Lloyd), hanno messo a punto meccanismi assicurativi finalizzati a risarcire i rischi della perdita delle merci in navigazione. Il calcolo del rischio non ammette, infatti, gradi di approssimazione o di errore. Tutto deve rientrare all’interno di una prevedibilità matematicamente e statisticamente fondata. Anche l’esperienza vissuta e la pratica consuetudinaria non possono essere ritenute sufficienti. In tale valutazione del rischio, l’oggettività dell’approccio riduce sensibilmente la rilevanza soggettiva della responsabilità personale in senso etico-morale. Si creano, in tal modo, i presupposti della de-responsabilizzazione.
Una distinzione significativa e che non risulta essere affatto bizantina è quella fra il concetto di “rischio” ed il concetto di “pericolo”. Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha più alcun senso,tanto da suscitare scandalo. La cultura del pericolo è legata a società e culture che affidavano la speranza dell’incolumità a pratiche magiche o religiose. Si è prodotto così uno scontro fra due culture: la cultura della prevedibilità (rischio) e quella della imprevedibilità (pericolo). La prima appartiene alla società tecno-scientifica, laica e secolarizzata;la seconda alla società premoderna, salvifica o fatalistica. Se trasferiamo tali assunti teorici alla pratica della montagna, andiamo incontro al grande conflitto fra libertà e sicurezza.
Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà”, secondo il quale la crescita di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza,mentrel’incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà. L’egemonia della tecnica (tecnocrazia) e la ricerca di un tecnicismo senza limite impongono pertanto la codificazione di protocolli finalizzati arilasciare garanzie assolute.Lo scopo dichiarato è quello di porre al riparo chi pratica o organizza attività pericolose dai danni morali e materiali derivati dall’esercizio di tali pratiche.
In questa ottica, ogni incidente non viene più imputato all’imprevedibilità degli eventi, alla dimensione dell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta, quindi,quell’automatismo che l’antropologa inglese Mary Douglas ha definito «effetto blaming», ossia un dispositivo psico-culturale che ricerca sempre e comunque un responsabile, un colpevole in ogni accadimento. Demandare in senso assoluto alla tecnica, alla strumentazione, all’abbigliamento la garanzia della sicurezza conduce, pertanto, a ridurre drasticamente le  misure di auto-disciplina e di auto-responsabilizzazione. La casistica di molti incidenti di montagna recentiè riconducibile proprio a tale concezione del rischio calcolato. Ma, a questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità delle situazioni. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi del tutto l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni naturali.
La montagna non è una tecnostruttura. E’ spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile.Limite relativo a ciascuno di noi e difficilmente calcolabile in senso oggettivo ed assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e accrescibile a piacere.L’alpinismo,invece,è l’oasi - forse l’ultima- della libertà umana e, come tale, deve essere riconosciuto.

Pubblicato sul giornale "L'Adige" del 27 ottobre 2013