Autonomie speciali per non dimenticare

di Annibale Salsa

E’ dalla fine della seconda guerra mondiale che in Italia non si parla così tanto di autonomie speciali. A tale scopo, senza voler entrare in considerazioni di ordine politico che non mi appartengono, vorrei cercare di portare un contributo di conoscenza su queste problematiche nell’intento di evocare ricordi ormai sopiti. Nelle colonne di questo giornale, sono più volte intervenuto sulla storia delle autonomie alpine, le cui origini rimandano ai secoli lontani del Medioevo fra l’XI e il XIV secolo. Credo che su questi temi la storiografia delle Alpi sia più che esaustiva. Ma l’oblio della storia si insinua spesse volte più sul passato prossimo che su quello remoto.

Tutto inizia dallo sfacelo generato  dagli esiti della guerra. Siamo nel 1945. Le quattro potenze vincitrici del secondo conflitto (Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia) presentano il conto agli sconfitti (Germania e Italia). Iniziano le trattative intorno alle rettifiche di confine che dovranno condurre alla stipula del Trattato di Pace di Parigi del 10 Febbraio 1947. Si susseguono incontri diplomatici e politici finalizzati a trovare le soluzioni meno dolorose possibili. Per la Germania, massima responsabile del conflitto, il destino sarà segnato dalle divisione in due Stati. L’Austria che, dopo l’Anschluss, unirà i propri destini con quelli della potenza nazista, dovrà subire le stesse penalizzazioni.

L’Italia che, dopo il 1943, avrà occasione di riscattarsi in un moto di resipiscenza e di tensione democratica, era rappresentata ai tavoli internazionali dal grande statista trentino Alcide Degasperi, uomo dalle salde radici mitteleuropee ed autonomiste. Sempre nel 1943, autonomisti valdostani e valdesi si ritroveranno a Chivasso per mettere a punto le richieste di quelle popolazioni alpine umiliate da centralismi, sciovinismi linguistici (negazione del diritto di essere minoranze linguistiche) e private delle autonomie sancite dalle antiche “carte di franchigia”. Anche fuori dallo spazio alpino, in Sicilia, si fanno strada tentazioni separatiste che sfociano nella richiesta di aderire, in qualità di Stato federato, agli Stati Uniti d’America. Sulle Alpi, il problema riguarda il fronte occidentale (frontiera con la Francia di De Gaulle) e quello orientale (frontiera con la Jugoslavia di Tito). Nelle Alpi centrali (Alto Adige e Trentino), i dirimpettai austriaci non avevano titolo per rivendicare i versanti alpini a Sud del Brennero. Certamente la Storia non si fa con i se o con i ma, lo sappiamo bene! Molto probabilmente, se l’Austria non si fosse alleata con la Germania, si sarebbe ripresa il Sud Tirolo. Bisogna aggiungere, inoltre, che fino alla metà degli anni Cinquanta l’Austria si ritrova sotto l’occupazione sovietica, per cui il mantenimento del Sud Tirolo entro i confini italiani verrà valutato come il male minore.

A tal proposito giova ricordare che, alla fine della prima Guerra mondiale, il Trattato di Saint-Germain-en-Laye del 1919 concede all’Italia il Tirolo meridionale tedesco (Alto Adige). Una vera e propria regalìa fatta all’Italia in nome della dottrina militare del confine naturale strategico. Nello stesso Trattato, l’Italia si impegnava al rispetto delle popolazioni locali di lingua tedesca e ladina. Impegno tradito successivamente con l’avvento del Fascismo e con la barbara determinazione di quel governo liberticida di italianizzare forzatamente il territorio. L’Italia, va detto per rispetto della verità storica, entra in guerra nel 1915 per rivendicare l’annessione di Trento e Trieste, ma non della parte compresa fra la Chiusa di Salorno ed il Brennero. Sappiamo bene che la Storia viene sempre scritta dai vincitori e non dai vinti, per cui sul concetto di “terre irredente” (nella fattispecie il Trentino) vi sarebbe molto da aggiungere, ben sapendo che la maggioranza della popolazione rurale era lealista absburgica e soltanto la borghesia roveretana o parzialmente trentina era irredentista. Sul fronte orientale sappiamo che la scure slava titina, sostenuta dalle potenze vincitrici, annetterà pesantemente le intere ex province italiane di Pola e Fiume e parzialmente quelle di Trieste (tornata all’Italia nel 1954) e Gorizia (con il suo muro divisorio in centro città alla stregua di una piccola Berlino). La situazione difficile di questa parte contesa di Italia porterà alla concessione dello Statuto speciale alla nuova Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

Per quanto concerne la realtà trentina, illuminante  fu il ruolo di Degasperi nel voler difendere l’autonomia e l’unità territoriale del Trentino-Alto Adige nella forma di un’unica Regione a Statuto speciale. L’accordo Degasperi-Gruber avrebbe dovuto garantire il rispetto delle legittime aspettative della minoranza sud-tirolese i cui diritti erano stati calpestati dal ventennio fascista. Sul fronte occidentale le rivendicazioni di De Gaulle seguiranno fasi di trattativa diverse e complesse. Su questo versante, conservo lucidamente i ricordi di quando ero bambino in quanto erano ancora vivi i discorsi degli anziani sulle modifiche confinarie nelle Alpi dell’Ovest. La tesi di partenza di De Gaulle era che le Province italiane più occidentali (Aosta, Torino, Cuneo, Imperia, Savona) dovessero essere annesse alla Repubblica d’Oltralpe. Sulla Valle d’Aosta e sulle alte valle torinesi le ragioni addotte erano di tipo linguistico, legate alla francofonìa. Ma gli autonomisti e federalisti valdostani e valdesi riuniti a Chivasso sapevano che un’autonomia forte per quelle valli avrebbe neutralizzato le rivendicazioni golliste. Uomini lungimiranti come Emile Chanoux e Federico Chabod saranno i padri indiscussi della futura Regione autonoma della Valle d’Aosta. Si è trattato di una concessione di autonomia fatta dallo Stato italiano per evitare l’annessione di quei territori alla Francia. Anche in queste fasi di intense trattative la stima degli alleati per lo statista trentino Degasperi contribuirà a lenire le ferite. Le cessioni alla Francia furono modeste e riguardarono la Valle Stretta di Bardonecchia (Torino) ed alcuni territori delle Alpi Marittime (Cuneo/Imperia) fra cui i Comuni di Tenda e parti del Comune di Briga e di Olivetta (Piena) nella Valle Roya, proprio a cavallo fra Liguria e Piemonte. A quest’ultima valle si riferiscono i miei ricordi d’infanzia. I vari referendum, ai quali erano stati chiamati i valligiani, hanno finito per far decretare il passaggio di quei comuni all’Esagono francese. Il contrappeso della concessione di uno Statuto di autonomia per evitare l’annessione non era qui praticabile, come in Valle d’Aosta, per l’esiguità di quei territori. Anche Degasperi fu d’accordo per questa soluzione, mentre gli Americani intervennero decisamente per far desistere i Francesi nel programma di annessione della bassa Val Roya fino a Ventimiglia.

Il 16 Settembre 1947 la bandiera italiana veniva ammainata definitivamente in alta Val Roya con il consenso delle popolazioni che si sentivano liberate dall’incubo della miseria e dell’oppressione, cui veniva associata l’appartenenza all’Italia. Quando si parla di autonomia delle regioni alpine, pertanto, non bisogna dimenticare anche questi episodi che hanno rappresentato le sole uniche ragioni per farle restare agganciate allo Stato italiano.