La montagna come metafora della salute

di Annibale Salsa

La montagna è stata a lungo associata a rappresentazioni simboliche che rimandavano a vissuti di fobia. Luogo dell’orrido nelle fasce sommitali e luogo della fatica nelle terre di mezzo, essa non favoriva la visione rassicurante di un ambiente generatore di benessere e di cura. Tale rappresentazione negativa ha accompagnato l’iconografia delle terre alte nel mondo antico e medievale. La breve parentesi rinascimentale (sec. XVI°) ha aperto dei varchi nella direzione di un inedito interesse nei confronti delle proprietà e dei poteri curativi delle erbe officinali.

Basti pensare alla figura di Paracelso per il contributo innovativo impresso alla farmacopea ed ai naturalisti italiani cinque-seicenteschi Arduino, Calzolari e Poma.Frattanto, si incominciava a guardare alla montagna come al contenitore privilegiato delle materie prime floristiche con i loro principi attivi e di cui il Monte Baldo diventerà l’emblema nella sua nuova definizione di Hortus Europae / Hortus Italiae. Siamo in un periodo storico che segna una delicata fase di passaggio fra l’età di mezzo e l’età moderna. Ma anche il più recente rilancio di questa montagna (anni Ottanta del secolo scorso) da parte del farmacista di Brentonico Luigi Ottaviani - il creatore della prestigiosa settimana del “Fiore del Baldo” negli anni settanta del Novecento - ha fatto sperare in un’intelligente riscoperta salutistica dell’altopiano brentegano. Ritornando alla storia culturale europea, il passaggio dalla magia alla scienza ha prodotto un salto di paradigma traumatico, ma non sempre definitivo, che spesso ha trascinato con sé i residui e le scorie di una visione pre-scientifica tardivamente rimossa.

L’immagine di una montagna purificatrice dello spirito, della mente e del corpo tarderà ancora a manifestarsi alla luce di un’evidenza comune e condivisa. Le ombre della stregoneria si allungheranno insidiose e sospette all’interno della vecchia visione del mondo che, fra le montagne, sarà ancora per molto tempo egemone. Si dovrà attendere l’Età dei Lumi (XVIII° sec.) per far uscire le terre alte dall’alone del mistero e per adeguarle alla nuova immagine del mondo di cui l’impresa scientifica si farà garante. Ma anche la nuova filosofia della scienza guarderà con sospetto a pratiche che, in qualche modo, lasciano ancora filtrare surrettiziamente un non mai rimosso mondo magico. Se si esclude la segnalazione malthusiana (sec. XIX) di certe aree delle Alpi svizzere, indicate come ambienti di documentata salubrità - in particolare, il villaggio di Leysin nelle Alpi del Cantone di Vaud, descritto quale antidoto sicuro contro il diffondersi di pandemie distruttive fra la popolazione europea - l’idea di una montagna terapeutica è però ancora lontana. Non vi è dubbio che lo studio demografico di Malthus abbia contribuito a far nascere e ad alimentare la concezione moderna della montagna risanatrice. In tal senso, a trarne giovamento è stata la pneumologia. Da essa si originerà la grande diffusione dei sanatori sulle Alpi che concorrerà, in modo decisivo, a rafforzare i nuovi miti ed i nuovi riti dell’«elvetismo».

Thomas Mann, autore de La montagna incantata, ambienta non a caso il suo romanzo in un sanatorio del Cantone svizzero dei Grigioni. La metafora della montagna pura rigeneratrice del corpo e della mente, ma anche della società corrotta demonizzata da Rousseau in quanto lontana dalla natura salvifica, viene consegnata al nuovo immaginario europeo. Agli aspetti terapeutici, collegati alla dimensione fisico-organica della corporeità, si aggiungono quelli psicologici, mentali. La nascita della psicoanalisi a Vienna ed il diffondersi delle scienze psicologiche oltralpe (Zurigo, Ginevra) aiuteranno a costruire un’inedita percezione della montagna.

Le villeggiature di Sigmund Freud nelle località trentino-tirolesi di Lavarone e del Renon, pur non facendo diretto riferimento ad una presunta “montagna-terapia”, iniziano a veicolare con forza la convinzione che la montagna abbia un peso importante nel favorire il benessere psico-fisico delle persone. Le terapie contro le nevrosi, che le società urbane ed industriali contribuiscono a generare, fanno sempre più riferimento alle montagne quali spazi per una catarsi possibile. Dallo stretto ambito delle nevrosi ad un allargamento ai mondi delle psicosi, si possono individuare le premesse per la nascita della montagna-terapia, così come oggi viene proposta da medici e psichiatri. Fra questi, all’interno dell’Associazione per la “Montagnaterapia” e del Club alpino italiano, un particolare merito va riconosciuto a Sandro Carpineta, psichiatra dell’Ospedale trentino di Tione, da molti anni impegnato nel proporre ai pazienti psichiatrici la forza rigeneratrice delle terre alte.