Riflessioni di fine estate

di Annibale Salsa


Il ritorno delle mandrie e delle greggi dai pascoli alpini a fine settembre, oltre che essere una pratica fondamentale dell’economia alpicolturale, riveste anche il significato “folklorico” di cultura popolare antica per gli attori sociali coinvolti (allevatori e pastori) e suscita attrattività “folkloristica” per i turisti di città.


«Settembre andiamo» proclamava con enfasi bucolica il poeta Gabriele D’Annunzio. Il quale, però, delle fatiche dei pastori d’Abruzzo si presume conoscesse ben poco.


La pratica dell’alpicoltura, fondamentale per l’economia montana, assume denominazioni diverse nelle molteplici realtà alpine: “desmontegada” in Trentino, “desarpa” in Valle d’Aosta, “scargà” nelle Alpi ossolano-lombarde, “almabtriebe” nelle montagne sudtirolesi.


La “fame d’erba”, soddisfatta dall’offerta di distese pascolive su vari livelli altitudinali, spinge da secoli gli allevatori ed i pastori a far uscire dalle stalle gli animali: bovini, ovini e caprini. Risparmio di fieno, biodiversità floristica, ambiente sano sono i corollari fondamentali alla base delle antiche e nuove transumanze. L’allevamento industriale del secondo dopoguerra, con un sussulto di tracotanza tecnocratica e pseudo-economica, ha ritenuto possibile fare a meno di tali pratiche. Quando la parola “economia” (altra cosa rispetto all’economicismo speculativo) non si coniuga con la parola “ecologia” (alternativa all’ecologismo integralista), la qualità ne soffre in quanto viene fagocitata dall’ossessione delle logiche quantitative. Nel lessico rurale alpino la parola “montagna” aveva, ed ha tuttora, altro significato rispetto a quello che il turismo e l’alpinismo moderni gli hanno attribuito.


La “montagna”, nella società alpina, è l’alpeggio, la malga. Così come il “monte” è il maggengo, dove si trovano le trentine “case da mont” o i valdostani “mayen”. Ancora vivo e struggente è in me il ricordo di quando, in giovane età, trascorrevo tre/quattro mesi nei “jas” di alcune valli delle Alpi Occidentali, dove parenti ed amici conducevano le loro bovine di razza piemontese. Un mondo difficile, fatto di fatiche e di rinunce, in cui l’adattamento ai ritmi della natura diventa imperativo categorico. Ma anche fondamentale presidio per il territorio, soprattutto quando tali pratiche sono affidate a genti delle valli.


Da alcuni anni, però, anche in Trentino alcune malghe vengono concesse in affitto ad allevatori della pianura veneta secondo logiche prevalentemente speculative. Accade spesso che, in tal modo, i pascoli vengano sotto utilizzati o mal gestiti, con ricadute negative sulle terre alte. Durante l’estate appena conclusa si sono levate, in Trentino, comprensibili grida di dolore da parte della Federazione Provinciale Allevatori. Nel corso di una festa d’alpeggio, a Malga Pozze sopra Ortisé/Menas in Val di Sole, il Presidente Silvano Rauzi ha posto coraggiosamente la questione degli affitti d’alpeggio, riportata anche sulle pagine de “l’Adige”.


E pensare che, in tutto l’arco alpino, si registra da qualche anno una grande voglia di ritorno a tali attività. Lo documenta, scrupolosamente, un interessante libro di Marzia Verona – ricercatrice zootecnica e pastora – dal titolo assai eloquente: Di questo lavoro mi piace tutto. Giovani allevatori del XXI secolo, la passione per combattere la crisi, L’Artistica Editrice. Si tratta di una ricerca sul campo, condotta secondo il metodo antropologico-etnografico dell’intervista aperta e dell’osservazione partecipante, fra giovani neo-allevatori e neo-pastori di molte valli alpine del Piemonte.


Fra le interviste pubblicate, che documentano la passione inaspettata di molti giovani per un’attività che costa molto in termini di sacrificio, ma restituisce in termini di soddisfazione, risaltano due fattori estremamente scoraggianti per gli allevatori valligiani. Uno è rappresentato dalla tendenza dei comuni montani ad affittare i pascoli agli allevatori intensivi di pianura. L’altro elemento negativo, divenuto ormai motivo ricorrente di disagio, è il ritorno dei grandi predatori: il lupo nelle Alpi Occidentali e l’orso nelle Alpi Centrali ed Orientali. Sarebbe davvero una sconfitta per tutti se, con l’acuirsi delle tendenze sopra menzionate, molte passioni alpicolturali giovanili venissero frustrate. La prima, in nome di una esasperata logica del profitto a scapito del vero interesse economico delle comunità valligiane, la seconda in nome di un malinteso ecologismo difficilmente conciliabile con l’allevamento e la pastorizia tradizionali.