I RIFUGI ALPINI IERI E OGGI

di Egidio Bonapace

Rifugio è una parola del vocabolario degli alpinisti ed escursionisti; quando si usufruisce di queste strutture raramente ci si sofferma a pensare quale possa essere il significato originario di queste costruzioni è più normale considerarne il significato attuale.

Le radici più profonde della parola rifugio affondano in un contesto culturale diverso da quello attuale, a partire da quello economico per gli scambi commerciali, oppure quello religioso con i pellegrinaggi ai grandi santuari ed ospizi sui passi più importanti delle alpi.

Oggi la rete dei rifugi è ben sviluppata in tutte le regioni alpine, si privilegia la loro ristrutturazione ed adeguamento alle normative di normali esercizi commerciali. Anche se oggi i rifornimenti ma anche il trasporto del necessario per le ristrutturazioni non sono più da considerarsi avventure eroiche di uomini romantici, affiora ancora l’originaria filosofia del rifugio, vicino a persone sconosciute ma già amiche.

Oggi come allora i rifugi con i loro gestori sono gli autentici protagonisti della montagna, mete giornaliere, tappe intermedie di trekking, punto di partenza per escursioni più impegnative. Di tutti i rifugi dell’arco alpino versante italiano, la percentuale maggiore è nelle province autonome di Trento e Bolzano.

Che cosa sono i rifugi alpini in realtà?

Sono e devono essere strutture idonee per offrire ospitalità e ristoro ad alpinisti ed escursionisti in zone di montagna.

Non c’è ombra di dubbio che sia la parte strutturale che la parte gestionale negli ultimi anni ha subito uno stravolgimento, determinato da una nuova richiesta di servizi.

Il rifugio è stato per secoli il punto di partenza per i frequentatori della montagna. Oggi si è trasformato in punto di arrivo per la grande maggioranza degli escursionisti.

Sono cambiati totalmente i fruitori e le  percentuali dicono che sono meno gli alpinisti e più gli escursionisti.  I rifugi del dopo e ante guerra erano edifici con  servizi di grande ospitalità, stanze con 2/4 letti, armadio comodino, il catino e la brocca d’acqua o un piccolo lavandino con acqua corrente. Dagli anni ‘70 alla fine del  ‘90 la montagna ha subito un grande assalto, al punto che si pensava di contingentarne l’afflusso.

Negli ultimi 7 anni questo trend si è fermato, dopo la fantastica stagione dell’estate 2003, e dopo l’entrata in vigore dell’euro, che inizialmente aveva creato non pochi problemi di rincari esagerati con in molti casi il cambio alla pari,lira /euro.

Con l’invecchiamento generazionale, la montagna non è desiderata dalle nuove generazioni, l’alpinista che frequenta le vie di salita classiche è diminuito drasticamente nel numero, si è incrementato notevolmente il numero degli arrampicatori delle falesie, o delle pareti vicino alle vie di comunicazione; questo anche per il minor tempo disponibile per il tempo libero.  I giovani non frequentano più la montagna e di conseguenza i rifugi. 

Non ci sono più i sacerdoti che accompagnano i ragazzi in montagna, per una questione di responsabilità, ma soprattutto perché i parroci sono pochi, anziani e con tante parrocchie da seguire.

Nelle valli i campeggi delle sezioni del CAI, delle parrocchie, di varie associazioni, scout, sono diminuiti se non scomparsi travolti anche dalle incombenze di tipo amministrativo. Gli stessi genitori non hanno più tempo per accompagnare i figli in montagna.

Il servizio militare negli alpini non esiste più. La scuola dell’obbligo anche nei paesi di montagna, se non per l’iniziativa di qualche prof. entusiasta, non fa nulla per mantenere cultura e conoscenza della montagna.

L’ubicazione del rifugio è di per se discriminante sul numero e sulla tipologia di frequentazione. Si hanno grandi numeri dove la montagna è servita da impianti di risalita, e dove la percorrenza a piedi non supera le 4 ore di cammino per la gita fatta nella giornata. Oltre le 6/7 ore di cammino di una gita in giornata, la frequentazione si riduce del 40%. Dove viene richiesto l’uso di attrezzatura alpinistica, ramponi, cordino e moschettone la frequentazione scende dell’80% sul totale.

Il tempo in montagna condiziona pesantemente l’aspetto economico della gestione di un rifugio. Negli ultimi anni le previsioni meteorologiche condizionano pesantemente la frequentazione della montagna, se in tempi passati il brutto tempo non era condizionante, anzi faceva parte della filosofia che accomunava i frequentatori, oggi ne determina in maniera pesante il numero.

I numeri in montagna sono determinati dagli escursionisti, che per capacità e per poca conoscenza, non sono disponibili a viver la montagna in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello di camminare sotto la pioggia. Quindi causa le condizioni atmosferiche, il rifugio delle gite nella giornata passa dai grandi numeri al nulla. Oggi avere il sito web del rifugio fa parte della normalità e la prenotazione via mail è entrata nella norma.

Esiste un problema prenotazioni perché c’è chi prenota in rifugi diversi per la stessa sera, e o per il meteo sfavorevole o perché si ferma in un altro rifugio non arriva. Il mancato arrivo condiziona pesantemente le presenze, fino a raggiungere anche il 20% della capienza del rifugio. Nelle ultime stagioni al rifugio Graffer adottavo il sistema dell’overbooking pari al 10% della capienza, e non ho mai dovuto fare dormire persone con sistemazioni di emergenza.

CERTIFICAZIONI

Le certificazioni possono avere significato ed essere motivo di promozione se sono fatte da enti internazionali  e quindi sono un linguaggio che acquista significato anche per chi arriva da paesi diversi. Le certificazioni locali come quelle rilasciate dai parchi naturali sono solo un veicolo pubblicitario per l’ente parco, e non hanno per il rifugio  un reale riscontro oggettivo.

Il gestore era in tempi passati, ma deve nuovamente ritornare ad esserlo,il riferimento della conduzione e della filosofia del rifugio.

Il gestore con i suoi collaboratori sono l’anima del rifugio, essi non possono essere esenti da responsabilità, debbono fare squadra per dare il massimo con semplicità e sobrietà;   il rifugio è una famiglia, se il collaboratore non si trova bene, il suo rendimento non può essere soddisfacente.

La struttura deve dare a chi ci vive per lavoro e a chi ci soggiorna quelle condizioni di vivibilità che oggi sono inderogabili.

Il rifugio nella sua struttura negli ultimi 50 anni è passato da: all’inizio stanze piccole, pochi letti, il tutto molto curato, con biancheria lavandino, catino brocca dell’acqua, la montagna esplorata, cravatta gilè e giacca, come dimostrano le guide alpine dei tempi passati; negli anni 70 in alcuni rifugi vengono demolite pareti, uniti locali per creare cameroni, è il momento dei numeri, rifugio per fare festa, poca attenzione ai particolari; anni 2000 ritorno al passato, alla tranquillità, alla pulizia, ad una buona accoglienza, alla familiarità, la ricerca da parte dell’utente dei rifugi lindi ed accoglienti con stanze piccole.

Ecco che siamo tornati ad un nuovo momento di cambiamento, la montagna non più dei numeri, ma degli appassionati, di coloro che sono rimasti fedeli alla stessa.

Alpinisti ed escursionisti  se non più esigenti, sicuramente più attenti, a frequentare quei rifugi, dove pulizia, servizi, accoglienza, simpatia, competenza, fanno la differenza.

Oggi ci sono rifugi che vengono saltati, il passa parola tra i frequentatori della montagna è  qualcosa di più forte e veloce di ogni e qualsiasi campagna di comunicazione.

I rifugi che offrono un servizio migliore sia esso d’ospitalità, di pulizia, di cura, di stanze piccole, attenzione alla cucina, ed organizzazione anche in periodi di non grande affluenza, fanno la differenza, e sono frequentati percentualmente più da alpinisti ed escursionisti stranieri.

Le Agenzie, i gruppi guide, le scuole d’alpinismo, e ultimamente anche le sezioni del CAI programmano le gite in funzione dei rifugi dove trovano un’accoglienza migliore e maggiore attenzione; cose che non costano nulla che vengono dalla passione, professionalità rispetto per l’ospite. Questa situazione positiva si verifica maggiormente nei rifugi piccoli, perché più familiari.

Ritengo normale che in un momento di recessione come quello che stiamo vivendo, chi fa un’offerta di qualità, di competenza, professionalità e disponibilità nella gestione del rifugio, ritorna ad impersonare quella figura del gestore che era andata a scomparire. Credo che mai come ora il rifugio può ritornare la casa dell’alpinista, che trasmette umanità e conoscenza della montagna, in una situazione di confort, di amicizia, di sobrietà. Meno posti letto accatastati, ma la possibilità di avere anche al rifugio quei servizi che, oltre al piacere e all’atmosfera, è indispensabile trovare.

Abbiamo bisogno di intercettare i giovani e ritengo opportuna una riflessione su cosa loro pensino della montagna, e se esiste davvero un loro desiderio di frequentazione. Il rifugio deve ridiventare come una volta quella casa in montagna, che ti da la possibilità di vivere un giorno, o più giorni a contatto con altri frequentatori in un ambiente semplice, ma che non deve essere forzatamente promiscuo.

Oggi ci troviamo in una nuova situazione che ci costringe a  fare un passo indietro, o quantomeno a fermarsi per una serena valutazione. Viviamo in una situazione di stress generalizzato non solo in città, di assoluta mancanza di tempo , con l’abbandono di abitudini e piaceri di una volta;allora vivere una montagna lenta e poco caotica può essere una cura a tutta la frenesia della vita, e ci può far ritrovare piaceri e stimoli per una frequentazione nuova ma con i valori di 50 anni fa.

Le mie osservazioni derivano da una esperienza di oltre 20 anni come gestore di un rifugio che mi ha dato grandi soddisfazioni. Non sono certo di conoscere la ricetta giusta per fare tornare la montagna al centro della nostra vita, ma il mio vissuto mi dice che anche al rifugio posso trovare, senza stravolgerne ruolo e filosofia ,la possibilità di poter dormire bene, di fare una doccia, di leggere un libro, di scambiare quattro chiacchiere, di assaporare un dolce, di bere un buon bicchiere mangiando un piatto di cose semplici e curate  e avere tutto intorno quel calore che le vecchie sale, e camere dei rifugi sapevano trasmettere. Sono lì a dimostrarlo la sala Tuckett, Taramelli, qualche fiore sul davanzale e una piccola tenda alle finestre.

Il mio desiderio è quello di poter vedere giovani, persone e  anche famiglie fermarsi in un rifugio a trascorrere una vacanza di più giorni.

Sicuramente il veicolo promozionale per il ritorno dei giovani alla montagna sono i nonni, i genitori; è importante quindi incentivare le famiglie a trascorrere dei giorni al rifugio, chiaro che questo comporta qualche attenzione in più da parte del gestore, in particolare una sistemazione  adeguata. Non sarà possibile offrire letti a tre piani in ferro, reti sfondate, scaffali in ferro, materassi rotti e coperte  da non dirsi sotto l’aspetto igienico.

PRODOTTO RIFUGIO GESTORE

Gestire un rifugio costa fatica, impegno, passione. Cosa e chi ce lo fa fare?

  1. Tradizione familiare
  2. Voglia di cambiare vita.
  3. Sfuggire da un lavoro dipendente
  4. Orto del vicino  più verde
  5. Ambizione di migliorare situazione economica.
  6. Motivazione di tipo filosofico

Chi può e vuole continuare una tradizione si trova facilitato dalla conoscenza, ma svantaggiato perché non si porrà la domanda se il modo in cui  il suo rifugio è stato gestito negli anni è giusto o sbagliato.

Informazione, conoscenza, analisi della conoscenza, motivazione, strumenti, valutazione di pensieri, azioni, indirizzi diversi dal nostro e di successo, questo ci permetterà  di interpretare al meglio il lavoro del GESTORE.

QUALITA’

La qualità va misurata sulla richiesta del frequentatore del rifugio, alpinista od escursionista che esso sia. Il gestore si deve far carico della responsabilità della qualità che deve riguardare tutti gli aspetti dell’accoglienza.

La qualità non è stabilita da parametri certi, da regole fisse (es. max 4 letti per 10m2, 5 primi, 5 secondi) ma è soggettiva, e correlata alla capacità e professionalità del gestore. La qualità non è statica ma deve continuare a migliorare.  

SINERGIE

Ogni rifugio rispecchia una sua realtà, ma è fondamentale fare squadra con il rifugio vicino, dello stesso gruppo montuoso, e dell’organizzazione dei rifugi in generale. Non è sufficiente la definizione rifugio scritta sul muro per trasmettere, conoscenza, emozioni, cultura della montagna, e non per ultima la qualità del soggiorno.

CRITICITA’

Capire gli alpinisti e gli escursionisti da dove vengono e quali sono le loro esigenze, cosa chiedono e che cosa si aspettano di trovare al rifugio.

QUESTIONARIO

Forse è il momento di pensare ad un questionario, predisposto in 2/3 lingue che possa dare una risposta a quali sono le aspettative, le mancanze, i suggerimenti, compreso il menù ed il numero dei piatti, la sistemazione delle camere, l’accoglienza, le informazioni tecniche.

Il questionario è fondamentale per sapere se il rifugio nel suo complesso funziona bene. Non deve essere un richiamo al gestore, ma utile per capire le criticità del rifugio ed aggiustare il tiro sull’offerta ed il gradimento da parte dell’ospite. A parer mio non è sufficiente ritenere che se  di un rifugio non si hanno lamentele  può continuare così.

COMUNICAZIONE

E’ sbagliato comunicare quello che non sappiamo dare, l’informazione non deve essere falsa. Il prodotto rifugio si trova in un momento di criticità, di cambiamento delle pratiche alpinistiche ed escursionistiche, anche di un cambiamento generazionale.

E’ un momento che necessita di un’attenta riflessione, da parte di tutti noi, solo da un confronto di idee, di situazioni diverse, di interpretazioni diverse, di una visione diversa sul rifugio e su come deve essere gestito, su cosa deve offrire, e su quello che non è il caso debba offrire.

  • Siamo sicuri che a tutti piaccia fare il gestore?
  • E’ solo un lavoro di soddisfazioni economiche?
  • E’ ancora un lavoro di piacere e passione?
  • E’ un peso sopportare gli alpinisti ed escursionisti più esigenti?
  • Si è disposti ad ascoltare le passioni di tutti?
  • Si è sicuri di curare la professionalità di chi lavora con te?
  • E’ importante fare squadra al rifugio, fare famiglia?

Non più la montagna dei numeri ma una montagna dei sentimenti, per nostra fortuna fattori esterni ci vengono in aiuto lì ,dove noi, con il nostro egoismo mai arriveremo da soli.

Buona Montagna da Egidio Bonapace, Presidente dell'Accademia della Montagna del Trentino