Cinzia, donna di montagna e feltraia per vocazione

Un’attività connessa ad una tradizione della valle diventa un mestiere dentro una piccola bottega «Il melograno»

Ha dieci pecore di una specie protetta: dalla lavorazione della lana, la pregiata tingola, inventa cappelli, quadri e stole


Cavalese.  L’economia di montagna racchiusa nelle mani di Cinzia Corradini, feltraia di professione, orgogliosa e tenace fiammazza. Possiede una decina di pecore che tosa con pazienza e dedizione. Dalla lavorazione della lana, la pregiata «tingola», inventa cappelli, quadri decorativi e stole, oggetti molto amati specie dalle turiste o dalle signore di città, chiamate, più di altre, a osare e a distinguersi. La sua è un’attività locale connessa alla tradizione della valle dove le antiche contadine sapevano, tutte, lavorare il feltro. Cinzia ha ereditato questa passione e da 18 anni ne ha fatto un mestiere che le consente di sopravvivere, non senza fatica e delusioni. Il dono della manualità prestato all’artigianato artistico dentro un piccolo negozio nel centro di Cavalese, «Il Melograno ».

Che rapporto ha con l’economia di valle?

«Rappresento una piccola realtà locale che ha fatto dell’artigianato artistico un modo per superare le problematiche della vita in alta montagna. A Cavalese ho il mio laboratorio da 18 anni, ma mi sposto in continuazione tra fiere e mercatini; aspettare il lavoro a casa non basta».

Come ha iniziato?

«Con gli addobbi per gli alberghi, poi col tempo ho cercato di specializzarmi sempre di più. Così cinque anni fa ho acquistato dieci pecore di una specie protetta, allevata solamente per la produzione di carne. La loro lana, la tingola, è molto pregiata e in passato venivano anche dall’Austria per raccoglierla. Queste pecore, a forza di essere tenute nelle stalle e nutrite coi  mangimi, hanno cominciato ad avere una lana ispida e poco omogenea.  Io, invece, cerco di curare la loro alimentazione e tenendole al sole riesco a ottenere una lana più sottile, frutto di una migliore cura della pecora».

Da dove nasce questo suo desiderio?

«Immagino dalla fierezza dei fiammazzi nel portare avanti un progetto al meglio, con l’orgoglio che deriva da una vera attività di artigianato ».

Come stanno gli artigiani?

«Non bene, io questo lavoro lo faccio quasi solo per passione, non certo mossa da interessi o lauti guadagni. Si fa fatica e quando vai in giro per fiere o mercati e vedi che il vicino di banco spaccia per manufatti artigianali prodotti, in realtà, fabbricati su larga scala, la rabbia e la delusione sono forti».

Perché andare avanti, allora?

«Diventa una sfida, soprattutto con te stessa. Il Trentino dovrebbe e potrebbe fare di più, vedo colleghi altoatesini che proseguono con più serietà e qualità il loro lavoro. Se si rilascia un certificato di produzione artigianale e poi non si scende su piazza a controllare l’effettiva provenienza dei prodotti, il tentativo di costruire e promuovere una rete, un consorzio, è inutile per noi artigiani».

Sarà utile, invece, a chi la «rete» la gestisce?

«Forse sì, diventa tutta una questione di immagine dove dietro si nascondono interessi personali; ma alla fine è controproducente perché non valorizzando i veri artigiani si perde in tradizione e qualità».

E sulla scala del ritorno a una forte economia locale si perdono anche fette di mercato…

«Speriamo di sì, almeno allora sarò, come dire, avvantaggiata. Oggi sono sola nel pieno dell’incertezza di una sfida che non so se vincerò”.