Il tentativo, riuscito, di riscoprire l'agricoltura di montagna

Andate alla Fonte della filiera sostenibile

Mezzomonte di Folgaria, Trentina. Dove regna la "monocoltura " del turismo, Elisabetta produce ortaggi biologici, frutta, latticini, ribes nero e fiori di Bach. Rispettando i ritmi della natura, e non del mercato .

I bambini hanno le mani immerse nel sapone di Marsiglia. Quasi impastano. fino a indurirlo. il feltro prodotto dalla lana di pecora tosata il giorno prima. Alla fine vengono fuori piccoli tappeti. pezzi di tessuto, perfino un cappello. Da mago. diresti. Oppure da malgaro: capace di far respirare la testa e di riparare dagli acquazzoni estivi. I ragazzini sono orgogliosi del loro lavoro. Vanno via contenti. Elisabetta rimane sola sulla terrazza della sua bella casa. Il cuore della piccola azienda agraria della Fonte: continua a impastare il feltro fino a far diventare il cappello della misura giusta. Attorno il paesaggio sono le montagne del Trentino. Questa è la frazione di Mezzomonte. settecento metri di quota e panorami di pini e faggi. Questa è la salita verso Folgaria, paese di turismo estivo e invernale, venti chilometri da Rovereto.

Le vallate sono perfette e strette, i boschi si arrampicano su pendici rocciose. Si intravedono gli sbalzi di antichi terrazzamenti e prati scoscesi e verdissimi. Vallate incantate, certo, ma abbandonate, da anni, dai montanari. dagli ultimi contadini della montagne. Poche perfino le stalle superstiti. Trent'anni fa in ogni frazione si faceva il formaggio: oggi un solo caseificio raccoglie ancora il latte. Quest'anno si sfalceranno alcuni campi, ma solo perché arrivano contributi pubblici. L'economia, a Folgaria, come in molte valli del Trentino, è solo una monocoltura del turismo. Da trent'anni i nipoti dei vecchi contadini (una vita dura e di povertà) sono diventati albergatori o proprietari di ristoranti o di impianti sciistici. "Sono arrivata qui quindici anni fa. Ho comprato un vecchio maso mal ridotto: volevo provare a vivere in montagna -racconta Elisabetta Monti, 43 anni, nuova contadina di questa valle-. I campi erano incolti, gli antichi terrazzamenti stavano crollando, le case erano ruderi". A Mezzomonte, nel 1990, nessuno, da tempo, faceva più il contadino: i più lavoravano (e lavorano) a Rovereto come muratori. Troppa fatica chinare la schiena là dove i trattori non riescono ad andare. Troppo poco il reddito: due ore di straordinario in fabbrica valgono come tre giorni alla ricerca di erbe officinali. In più: anche in Trentino è dilagata l'economia delle monocolture agricole.

 In campagna, ti spiegano gli economisti agrari, sopravvive solo chi fa un'unica produzione (in Trentino, vino o mele) e l'affida a una grande distribuzione. Elisabetta Monti va controcorrente. Porta acqua, luce e telefono nella sua casa isolata. Riesce a comprare due ettari e mezzo di terreni confinanti. Comincia a ritirar su muretti a secco e vecchie terrazze, ripulisce i campi dei cespugli spinosi. E fa due figli, Sara ed Elia. Che sono un buon alibi per comprarsi una capra: "Per il latte, ovviamente". E così capita che pecore e capre oggi siano una ventina. C'è anche una mucca (che passa le estati in malga) e quattro asini (per l'onoterapia). Tutto piccolo, tutto fragile, tutto pieno di futuro. Perché l'azienda della Fonte cerca di rispettare i ritmi della natura. ma non quelli del mercato. Ed Elisabetta Monti, a suo modo, è una pioniera. Suo il primo laboratorio "polifunzionale" del Trentino in un'azienda agricola. Quasi certamente suo, nella provincia. il primo doppio contatore di un impianto fotovoltaico per produrre energia elettrica. E ancora: la Fonte ha un impianto di fitodepurazione per i liquami della casa e dell'aziendaAdesso tutto questo è un orgoglio, ma provate voi ad affrontare la burocrazia necessaria per ottenere permessi e autorizzazioni. Per questo la storia di Elisabetta va raccontata dall'inizio. Dai 19 anni: un diploma di perito agrario e bisogno di orizzonti più vasti delle valli trentine. Trova lavoro in Africa: due  anni in Somalia e due anni in Mali in progetti agricoli di organismi non governativi. In mezzo altri due anni nelle campagne toscane.Poi, a 25 anni, è tempo di tornare a casa: "In Africa ti accorgi in fretta che i cambiamenti veri, se davvero crediamo in uno sviluppo equilibrato e più giusto, debbono avvenire nel nostro mondo". Elisabetta, alla fine degli anni '80, lavora nei ripristini ambientali della Provincia di Trento fino a quando non trova il coraggio di comprare queste terre di Mezzomonte. "Avevo in mano le leggi regionali sul recupero della montagna - ricorda.

Mi sembravano ottime, ma poi mi guardavo attorno e non ne vedevo applicazioni concrete". L'agricoltura di montagna non esisteva più. Era scomparsa una società di contadini. Un mondo che Elisabetta, senza nostalgie, voleva provare a ricostruire. "È stata scelta voluta e obbligata - spiega -. Volevo vivere di questo lavoro e volevo rispettare l'ambiente attorno a me. Venivo dall'Africa e sapevo bene cosa significava vivere con poche risorse. Quindi avevo un'unica strada possibile: creare rapporti diretti con i consumatori, una filiera produttiva corta. In altre parole: produzione, raccolta e trasformazione dei prodotti in azienda". Nessuna monocoltura, ma diversificazione di colture: ortaggi biologici (da vendere ai mercati locali in estate), un piccolo frutteto, qualche latticino e 2.300 metri quadrati coltivati a ribes nero. Produzioni piccole, contenute. Ma sufficienti per vivere. E poi la passione per le piante offidnali e per i fiori di Bach.

"Non siamo più di tre aziende in Italia a produrre in proprio i fiori di Bach", dice Elisabetta. Che impiega cinque anni, fra i11995 e il 2000, per trovare tutte e 38 i rimedi floreali messi a punto dal medico immunologo Edward Bach a cavallo fra '800 e '900. La storia della Fonte è lenta. Non ci sono capitali alle spalle. Solo i prestiti di tre banche. Crescono, a fianco della piccola attività di agricoltura e di allevamento,1'offerta di piccole merende, esperienze didattiche e i laboratori. Elisabetta insegna a scolaresche e turisti, a visitatori e bambini il ciclo della lana (dalla tosatura al tappetino di feltro) e del latte (si munge e si caglia fino ad andarsene con la propria caciotta). Più complesso il ciclo del pane: si sale a Mezzomonte a ottobre per la semina, si torna a primavera per vedere come cresce il grano, si risale ancora a fine luglio per la raccolta. Si macinano i chicchi in due mulini a mano e si prepara il pane. Elisabetta non è sola nel suo lavoro: un ragazzo nepalese aiuta nei lavori. Spesso arrivano quelli del Wwoof; i volontari delle aziende biologiche (www .wwoof.it), a dare una mano: attorno alla Fonte sta crescendo una piccola comunità di amici. Si riesce a sopravvivere su questa piccola frontiera ai margine dei mercato? "Devi essere molto solida - avverte Elisabetta -. Sai che il tuo reddito sarà basso. E poi devi essere più forte della burocrazia che ti sfianca per i permessi, non capisce cosa vuoi fare e ti costringe a passare il tuo tempo fra le carte. In più devi resistere alla fatica. Alla fine ce la fai. lo non volevo ritirarmi su un monte fuori da tutto, volevo provare a ricostruire una nuova, possibile agricoltura di montagna. Dopo quindici anni posso sperare: esiste una maniera di stare dentro il sistema, ma con la capacità di proporre un altro modo di fare economia".

IL MOSAICO CHE RIANNODA I FILI NELLE VALLI

"Riannodare uno dei tanti fili recisi" e, allo stesso tempo, respingere "ogni tentativo di marginalizzazione e riduzione ad elemento folcloristico delle piccole aziende di montagna". Viene voglia di leggere il catalogo di Mosaico, associazione di ventidue aziende delle vallate della provincia di Trento (tra queste La Fonte). Soprattutto viene voglia di viaggiare dalle valli attorno al lago di Garda fino alle solitudini della Val di Cembra per andare a trovare ognuno di questi piccoli produttori. Aziende diverse fra di loro: da chi fa 40mila bottiglie di vino a chi ha 400 metri quadrati di coltivazioni a erbe officinali, da chi ha un'unica vacca a chi fa pascolare sessanta capi bovini e produce yogurt biologico. Questi sono i fili recisi da riannodare: un tessuto di un'agricoltura di montagna che, travolto dalle ondate del turismo e dalle monocolture di vino e mele, è scomparso nel ricco Trentino. I ventidue produttori di Mosaico ci provano a vivere della montagna. Il segreto-non segreto della loro sopravvivenza è la vendita in azienda, nei mercati locali, il contatto diretto fra produttori e consumatori. A loro il grande merito di aver ripopolato le terrazze e i prati delle alte valli trentine. 

di Andrea Semplici